Quando la mattina ho aperto la finestra dell’hotel a Norcia, l’aria fresca delle montagne mi ha immediatamente ricordato dove ci trovavamo.
La prima tappa ci aveva già regalato emozioni fortissime, ma davanti a noi c’erano ancora 290 chilometri che ci avrebbero portato fino a Rocca di Mezzo, nel cuore dell’Abruzzo.
Conoscevo perfettamente quella tappa.
L’avevo percorsa decine di volte durante la fase di progettazione e sapevo che ci avrebbe regalato qualcosa di speciale. Forse era la tappa più diversa di tutto l’Italian Challenge. Una giornata capace di passare continuamente da una valle a una montagna, da un altopiano a una strada dimenticata, da un panorama immenso a un bosco fitto e silenzioso.
Come ogni mattina ho indossato il mio Tech-Air Alpinestars, ormai compagno inseparabile di ogni viaggio, ho acceso la moto e sono partito insieme agli altri.
Pochi chilometri dopo, però, mi sono accorto che qualcosa non andava.
La gomma anteriore era visibilmente sgonfia.
Mi sono fermato, ho controllato la pressione e l’ho riportata ai valori corretti. Nulla di preoccupante, ma è uno di quei piccoli episodi che fanno parte della vita del viaggiatore. Dopo pochi minuti ero nuovamente in marcia.
Lasciata Norcia alle spalle abbiamo puntato verso sud.
Le montagne ci accompagnavano come sentinelle e ogni curva sembrava introdurci a una nuova storia.
L’ingresso nel Lazio è stato segnato da una delle soste che aspettavo maggiormente.
Leonessa.
Appena arrivato in piazza ho visto gli amici del Motoclub Leonessa che ci aspettavano. È stato bellissimo. Ancora più bello è stato ritrovare Fabio Faustini.
L’ho visto lassù, sulle impalcature, impegnato nell’allestimento della piazza per la tradizionale Sfilata del Velluto. Mi sono fermato a salutarlo e ad abbracciarlo.
Ci sono luoghi che, per chi organizza eventi come il Transitalia Marathon e l’Italian Challenge, diventano parte della propria storia personale.
Leonessa è uno di questi.
Ogni volta che ci torno riaffiorano ricordi, incontri, amicizie e momenti che hanno contribuito a costruire il percorso di questi anni. La considero una delle capitali simboliche del Transitalia Marathon e ogni passaggio da queste parti ha sempre un significato particolare.
Dopo i saluti siamo ripartiti.
La direzione era quella di Capitignano.
Fu lì che arrivò il primo vero colpo al cuore della giornata.
Un colpo meraviglioso.
All’improvviso il Lago di Campotosto si aprì davanti a noi.
Immenso.
Blu.
Silenzioso.
Alle sue spalle si ergeva il Corno Grande del Gran Sasso, ancora impreziosito da lingue di neve che brillavano sotto il sole di giugno.
Mi sono fermato qualche istante a osservare quel panorama.
Anche se lo conoscevo perfettamente, riusciva ancora a emozionarmi come la prima volta.
È uno di quei luoghi che ti ricordano quanto sia straordinaria l’Italia.
Da quel momento la giornata è diventata un susseguirsi continuo di emozioni.
Abbiamo iniziato a salire.
La strada si arrampicava verso quote sempre più elevate e davanti a noi si aprivano spazi immensi.
Poi è arrivata lei.


La Piana del Gran Sasso.
Ogni volta che la attraverso provo la stessa sensazione.
Mi sento piccolo.
Piccolo davanti alla forza della natura.
Piccolo davanti alla bellezza di questi luoghi.
Le montagne che ci circondavano conservavano ancora tracce dell’inverno. In alcuni punti la neve era ancora presente e contrastava con il verde intenso dei prati.
Attraversare la piana in moto è sempre qualcosa di difficile da raccontare.
Non è solo un percorso.
È un’esperienza.
È come attraversare una gigantesca cattedrale naturale.
Ci siamo fermati al Ristoro Mucciante per una pausa che è stata molto più di un semplice rifornimento di energie.
È stato un momento per fermarsi, guardarsi intorno e rendersi conto di quanto fossimo fortunati a vivere tutto questo.



I partecipanti scattavano fotografie, compilavano il loro Travel Quiz Book e si confrontavano sulle risposte ai quesiti della giornata.
Ancora una volta il libro di viaggio stava facendo il suo lavoro.
Non si limitava a guidare i partecipanti lungo il percorso, ma li spingeva a osservare, a scoprire, a cercare dettagli, a conoscere la storia e le curiosità dei territori attraversati.
Vedevo persone fermarsi davanti a una chiesa, leggere una targa, chiedere informazioni agli abitanti del posto.
Esattamente ciò che avevamo immaginato quando abbiamo creato il progetto.
Perché il vero viaggio non è soltanto spostarsi.
È capire dove ci si trova.
Dal Gran Sasso siamo poi scesi verso Castel del Monte.
Da lì abbiamo attraversato la magnifica Piana di Navelli, con i suoi spazi aperti e i suoi colori straordinari.
Ma la giornata non aveva ancora finito di stupirci.
Davanti a noi c’era il Sirente.
Le strade hanno iniziato a restringersi sempre di più.
Asfalto stretto.
Curve continue.
Boschi fittissimi.



Tratti isolati dove sembrava impossibile incontrare qualcuno.
Era il più puro stile Italian Challenge.
Quelle strade secondarie dimenticate che rappresentano l’essenza stessa del nostro viaggio.
Strade che spesso non portano da nessuna parte se non dentro il cuore dei territori che attraversano.
Le ore in sella iniziavano a farsi sentire.
Le curve erano infinite.
L’asfalto spesso era rovinato e richiedeva attenzione costante.
La stanchezza aumentava, ma aumentava anche la soddisfazione.
Perché ogni chilometro conquistato regalava qualcosa di nuovo.
Quando finalmente siamo arrivati a Rocca di Mezzo, nel cuore del Parco Regionale Sirente-Velino, ho visto sui volti dei partecipanti la stessa espressione.
Stanchezza.
Meraviglia.
Felicità.
Eravamo arrivati alla fine di una tappa che considero una delle più belle dell’intero Italian Challenge.
Una giornata dove la natura aveva regnato sovrana.
Una giornata fatta di montagne, altopiani, boschi, laghi e panorami capaci di togliere il fiato.
La serata si è conclusa in uno splendido hotel immerso nel silenzio delle montagne.
Pensavo che le emozioni della giornata fossero finite.
Mi sbagliavo.
Quando è arrivata la notte siamo usciti all’aperto, abbiamo alzato gli occhi verso il cielo e siamo rimasti meravigliati.
Sopra di noi si estendeva uno dei cieli stellati più belli che abbia mai visto.
Le stelle sembravano infinite. L’hotel ci ha messo a disposizione alcuni telescopi astronomici professionali.
La Via Lattea attraversava il buio come un fiume luminoso.
Il Monte Sirente vegliava silenzioso su di noi.
Per qualche minuto ho avuto davvero la sensazione di trovarmi in un altro mondo.
Ed è stato in quel momento che ho capito quanto fosse speciale quella giornata.
Perché l’Italian Challenge non è fatto soltanto di strade.
È fatto di emozioni.
E quella notte, sotto quel cielo immenso d’Abruzzo, ne stavamo vivendo una delle più belle.
Mirco Urbinati








